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Come aiutare il bambino a migliorare se stesso

di Federica Federico

05 Aprile 2018

Un figlio è una creatura del mondo; per quanto piccolo, fragile e indifeso lui è già un uomo o una donna del domani. Il compito che a noi genitori viene affidato insieme alla sua vita è quello di renderlo il miglior uomo o la migliore donna possibile.

 

Liberare il figlio alla vita è uno dei passaggi più importanti per aiutare il bambino a migliorare se stesso, è al contempo uno dei momenti più critici per il genitore.

 

Quando un bambino nasce il genitore si sente onnipotente, è incredibile e magico quel corpicino perfetto che viene fuori dal ventre della mamma.

 

Dopo averlo generato, è quasi impossibile che non credere di potere fare tutto per la propria creatura.. Ebbene si può veramente fare ogni cosa e ogni bene per il bambino, ma non si può fare tutto da soli.

 

Cara mamma e caro papà, ciascuno di noi, come genitore, è parte di un percorso di educazione e crescita, ma non illudiamoci: noi non educhiamo da soli!

 

 

I maestri della scuola e dello sport – in alcuni contesti, positivi e felici, anche le guide spirituali – sono membri di quella tribù che serve per aiutare il bambino a migliorare se stesso.

aiutare il bambino a migliorare se stesso

Per crescere un bambino ci vuole un’intera tribù, lo dicevano gli indiani e lo ha ripetuto Papa Francesco.

 

Mio figlio ha oggi 10 anni, da tre ha trovato fuori dalle mura di questa casa (e sopratutto fuori dal nostro cuore di genitori) altre guide, altri esempi, altre parti di quella tribù da cui una mamma e un papà non possono sottrarre il figlio. Solo pochi giorni fa quella tribù gli ha conferito un riconoscimento che resterà impresso nel suo cuore come un marchio, un tatuaggio, un insegnamento.

 

Vi racconto un pezzo della nostra vita, un esempio di come aiutare il bambino a migliorare se stesso e persino una gioia mia personale che voglio condividere vibrante così come l’abbiamo vissuta noi.

 

La tribù di mio figlio si veste di bianco, è animata da una disciplina che non si perde nemmeno quando i bambini, a piedi nudi e coperti da guanti e protezioni, scendono sul tatami per combattere: mio figlio è un karateka, si dice così!

 

I suoi maestri lo hanno conosciuto quando era molto diverso da oggi. Insicuro sulle gambe, introverso, veniva da esperienze sportive in cui la sua “fragilità fisica” era stata riconosciuta come un limite e non come una sfida (è un bimbo sanissimo ma magro magro e molto cerebrale, poco portato a lanciarsi e lasciarsi andare fisicamente).

 

A scuola, non bravo ma bravissimo, è stato penalizzato dall’eccellenza che fa dei “secchioni” i cocchi delle maestre invece che gli obiettivi di una crescita collettiva.

 

In questi tre anni lo sport lo ha reso capace di fondere l’eccellenza di quel suo pensiero, tanto più grande degli anni che ha, con i progressi di un corpo che ha capito di poter governare con la forza di volontà (non è affatto cambiato nel cuore e nelle intenzioni ma ha preso coraggio e ha provato gusto nel mettersi alla prova).

 

Sul tatami è caduto, non una ma mille volte; ha perduto, non una ma mille volte; ha capito che non sapeva fare e doveva sudare per imparare, non una ma mille volte; è stato parte di un gruppo che i maestri hanno saputo ispirare a una filosofia dimenticata: quella dell’unione, del confronto e del conforto.

 

Marchiare i figli col coraggio di mettersi alla prova: ecco come aiutare il bambino a migliorare se stesso.

 

Torniamo a qualche giorno fa e a come lui è stato marchiato:

il Karate è segnato da graduali progressi per cinture. Questo bimbo, che tre anni fa si ritraeva persino se doveva saltare dentro un cerchio poggiato in piano per terra, qualche giorno fa è stato messo dinnanzi a una sfida di salto:

se riesci a fare questo ti riconosco il tuo impegno – questo il senso del messaggio che il maestro gli ha lanciato come un obiettivo.

 

Un’ora dopo, assistito da uno dei suoi maestri, lui ha saltato. Non è il salto in sè stesso a fare la differenza, bensì fanno la differenza le appendici emotive di questo atto “comune”:

  • i bambini nelle sedi sportive sono da soli (o meglio devono esserlo, lontani dagli occhi dei genitori);
  • non sono semplicemente affidati ai maestri ma debbono fidarsi dei maestri;
  • possono guardare nello specchio degli altri i propri limiti e, senza negarli, e possono trovare in se stessi le motivazioni, la forza e la strada per essere migliori.

 
Mio figlio lo ha fatto, ha fatto tutto questo riassunto e sintetizzato in un salto:
 

si è fidato del maestro e di quella potenzialità che il maestro stesso stava cercando in lui; ha recuperato forza e coraggio; ha trovato l’obiettivo e lo ha superato. In due parole: è cresciuto!

 

E’ così che i bambini danno il meglio di sé.

 

Quel salto ha significato: “io posso perché lo voglio“. Questa affermazione di volontà è parte di un percorso in cui molte volte il mio bambino avrebbe potuto arrendersi … probabilmente lo avrebbe fatto, si sarebbe arreso, se non avesse avuto gli occhi di quei maestri dentro i suoi occhi.

 

Uscendo dal nido i bambini capiscono di avere un valore oggettivo (diverso da quello che gli riconosce il genitore per incondizionato amore) se ritrovano stimoli e apprezzamento nella Tribù.

 

Se l’estraneo riesce ad amarti, spontaneamente, per quello che dai e che sei, vuol dire che vali! E’ questa l’esemplificazione che il bimbo fa ed è questa la spinta che lo porta a scalare la vetta.

 

Il superamento di quell’ostacolo, a piedi nudi, magri, uniti e saltando senza rincorsa, non è un risultato sportivo è una rivincita emotiva che nel bimbo si traduce in uno straordinario e importantissimo: “Posso fare di più e posso fare sempre meglio“.

 

E’ con esperienze come questa che il migliorare se stesso passa dall’essere una teoria vuota a divenire una pratica concreta.

 
aiutare il bambino con lo sport
 

Alla fine della lezione il maestro si è inginocchiato davano a mio figlio, lo ha guardato negli occhi e lo ha spogliato della sua cintura vestendolo di mezzo colore in più. Lo aveva sottoposto ad un esame, un esame che ai miei occhi di mamma è durato tre anni e si è risolto in una prova umana di amore e dedizione.

 

Abbiate fiducia negli insegnamenti dei maestri che amano il loro lavoro … cresceranno i vostri figli e potranno riempire di gioia e soddisfazione persino i nostri vecchi cuori di genitori apprensivi, onni-facenti, umani e amorevolmente fragili.

 

Io, da mamma, non avrei mai saputo fare tanto per mio figlio, non perché qualcuno possa amarlo più di me ma perché è nella Tribù che lui crescerà. Lì dovrà trovare, scegliere e selezionare le persone capaci di accompagnarlo.

 

L’eccellenza di un maestro, care mamme, non oscura l’amore della famiglia, semplicemente dimostra ai figli che il loro percorso di autonomia inizia presto e che per vincere nella vita devono stimare se stessi e avere fiducia.

 

Lo sport è uno, se non il migliore, dei modi per aiutare il bambino a migliorare se stesso.

 

Ci sono prove che i bambini devono sperimentare da soli; ci sono palcoscenici che non appartengono a noi genitori; ci sono delusioni, sofferenze e sfide a cui non potremmo mai sottrarli. Lo sport prepara i bambini ad affrontare tutto questo e gli occhi di un buon maestro insegnano ai ragazzi che la testa, la fiducia e la tenacia rendono migliori.

 

Dovremmo sempre riservare un grazie ai nostri maestri, sopratutto per tutte quelle volte in cui si sono assunti la responsabilità di educare alla vita e lo hanno fatto oltre la tecnica, le competenze e le esperienze professionali … semplicemente col cuore, questi nostri figli sono anche i loro ragazzi!

 

Non ultimo ha un valore grande la gratitudine, essa è il sentimento dei modesti, è figlia dell’empatia ed è un altro insegnamento da affidare ai bambini perché possano essere adulti migliori.

 



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