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Negare il bullismo: quando scuola e adulti non sanno che fare

Negare il bullismo è come dire che il bullizzato è asociale o timido. Ma è una conseguenza della mancata capacità degli adulti di affrontare il problema.

Federica Federico

di Federica Federico

15 Aprile 2019

Il bullismo è diventato un problema così pervasivo, nonché complesso da sradicare, da essere spesso banalizzato fino alla negazione, come se fosse una moda o un’evocazione, una tendenza dei giovani di cui nessuno si considera responsabile o una rogna per le famiglie e le scuole. Il bullizzato invoca giustizia e il bullo sopravvive a se stesso, tutto ciò mentre gli adulti restano sempre più disarmati.

 

Il bullo è il ragazzo difficile: la scuola lo affronta solo fino a un certo punto, avocando a sé limiti che vengono traditi dal tentativo di equilibrare il gruppo classe, amalgamare le differenze, educare i ragazzi a stare insieme, nonché teorie più o meno astrattamente corrette ma malamente applicate; mentre la famiglia, dal canto suo, lo “protegge” senza trovare una reale soluzione (o, piuttosto, volendo evitare una personale messa in discussione).

negare il bullismo

Fonte immagine 123RF con licenza d’uso

 

E’ possibile che gli adulti e le istituzioni, incapaci di reagire attivamente, tendano a negare il bullismo?

 

Questa tendenza ad allontanare lo spettro della violenza e del bullismo, ovvero alla negazione del fenomeno, non resta un’invenzione o un’ipotesi dinnanzi alla recente denuncia che una mamma Pugliese ha sporto contro la scuola del figlio: l’istituto è stato accusato di non avere apprestato le giuste tutele in favore di un 14enne da tempo bullizzato.

 

Malgrado le avvisaglie e le rimostranze della mamma, il ragazzino è stato ferito durante una pausa di ricreazione, è stato afferrato per il collo e sbattuto sul pavimento.

 

Ha riportato lesioni medicate in ospedale, lo rende noto la stampa. Ma le ferite interne saranno mai sanabili?

 

Il bullismo, per definizione, può essere di varie tipologie: verbale, fisico o psicologico, è una forma di comportamento sociale di tipo vessatorio, violento e intenzionale, oppressivo e reiterato condotto con lo scopo di mortificare, sminuire, isolare e ferire. Le vittime del bullismo sono bersagli facili, soggetti sensibili, fragili, e/o incapaci di difendersi.

 

Il bullo è colui che nell’oppressione dell’altro, nella mortificazione, nella denigrazione, trova soddisfazione personale e affermazione.

 

Il bullizzato come il bullo sono figli di un processo educativo disfunzionale: la vittima è figlia di un’incapacità di difendere se stesso (ovviamente fuori da situazioni fisiologiche di menomazione); il bullo è figlio di un’educazione violenta, arrogante, prevaricatrice e incapace di plasmare il ragazzo al rispetto dell’altro.

 

L’adolescente è il giovane in transito nella terra di mezzo, quella di nessuno, in cui non è né adulto né bambino e ha bisogno di comprensione, ma anche di libertà, di una via da seguire, ma anche di una motivazione per scegliere la strada migliore, di un’ambizione, ma anche di spensieratezza. L’adolescenza dei giorni nostri può essere un campo minato perché la società contemporanea è instabile e insicura, le famiglie moderne sono sempre più nucleari e i genitori sono sempre più fortemente ispirati alla produzione e costretti a ritmi lavorativi intensivi.

 

Negare il bullismo è una conseguenza diretta della negazione dei limiti e delle responsabilità di noi adulti in questa società cannibale

 

Quando e come succede che un ragazzo come tanti diventa un bullo o un bullizato e cosa dovrebbero fare gli adulti per evitarlo?

 

Il bullo è il piccolo uomo che interpreta la violenza come strumento di affermazione e sceglie una vittima. Probabilmente è educato alla  prevaricazione, la conosce come sistema e la persegue per imitazione.

 

Il bullizzato è il piccolo uomo che non sa difendersi probabilmente perché ha una scala valoriale non conforme con la realtà esterna, certamente perché è troppo sensibile per questa giungla che è il mondo e, forse, perché manca di autostima.

 

Il bullo andrebbe posto dinnanzi allo specchio di se stesso, in qualche misura meriterebbe la dimostrazione del fatto che non è necessario “schiacciare” l’altro per emergere personalmente.

 

Il bullizzato, per parte sua, andrebbe educato alla coltivazione e all’affermazione dei suoi talenti, esaltato nelle sue capacità, curato nelle sue attitudini.

 

L’autostima è la stessa e l’unica ragione alla base del bullismo, quello perpetrato come quello ricevuto: il bullo usa la violenza per accrescere la propria forza, il bullizzato non ha abbastanza fiducia in se stesso.

 

Se i genitori dovrebbero educare il bullizzato a una reazione intelligente al bullismo, la scuola e le istituzioni formative, invece, dovrebbero offrire al bullo un’alternativa alla violenza e alla sopraffazione dell’altro.

 

Gli insegnanti hanno, rispetto al bullismo, più problemi concreti:

 

  • la violenza che esso genera non può essere estrapolata dal disturbo che dà agli equilibri formativi, infatti il bullo semina paura e in sé afferma un atteggiamento di contrarietà al sistema che può minare la credibilità degli insegnanti dinnanzi al gruppo classe; l
  • a paura altera la resa scolastica e rende complessa la gestione della classe che, animata da timore, finisce col diventare referenziale verso il bullo isolando le vittime.

 

La negazione del bullismo facilita il duro compito del suo discernimento, fa della vittima un timido, un asociale, un soggetto non collaborativo e scrolla dall’istituzione scuola\famiglia ogni responsabilità di sorta.

 

A scuola il bullismo è troppo spesso argomentato come un fenomeno in ricezione mentre se ne trascura l’origine e la propulsione: la vittima, quindi, è il centro dell’attenzione di docenti e personale di supporto (per esempio psicologi). Quando ciò accade, il bullizzato finisce per ritrovarsi ancor più relegato nella sua condizione di “diverso” in cui si sente “preda e vittima” e in cui prova “vergogna e rimorso”. Raramente si mette a nudo il bullo prospettando alternative al suo comportamento, come al comportamento di chi lo segue.

negare il bullismo

Fonte immagine 123RF con licenza d’uso

La scuola dovrebbe riconoscere e affrontare i comportamenti di bullismo attivo.

 

Famiglia e scuola non conoscono la rete, complice anche il gap generazionale che li allontana da questo strumento. La negazione del bullismo, soprattutto del cyber bullismo, è un serio fenomeno in parte legato all’incomprensione dei sistemi comunicativi dei giovani.

 

Il ragazzo andrebbe educato all’educazione online e il rispetto dovrebbe entrare nel suo codice comunicativo assoluto (e non solo relativo): non si porta rispetto al professore perché temibile e lo si nega all’amico perché magro, corpulento, basso, antipatico o, per qualunque ragione, “diverso”.

 

Il comico di Zelig Dado è stato vittima di un’aggressione, la notizia recentissima ha scosso l’opinione pubblica soprattutto per la natura dell’aggressione stessa:

 

l’uomo è stato vittima di un bullo già da tempo persecutore della figlia, né la famiglia del ragazzo né la scuola hanno saputo evitare il peggio. Anche qui la “negazione del bullismo” è arrivata sino all’esplosione del fenomeno violento.

 

Dado stesso ha reso noto l’accaduto su Facebook. E anche questo dimostra, con un’apparenza innegabile, che il bullismo rischia di essere sottovalutato, almeno sino al momento della sua esplosione, sino al momento delle irrimediabili conseguenze.

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