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Bambino di Nagasaki: la foto simbolo di Joe O’Donnell

La foto di Joe O'Donnell che ritrae il bambino di Nagasaki che trasporta il fratellino morto sulle spalle è divenuta l'immagine simbolo degli orrori della guerra: questa la sua storia

Maria Corbisiero

di Maria Corbisiero

14 Settembre 2021

La mattina del 6 agosto 1945 l’aeronautica militare statunitense ebbe l’ordine di sganciare sulla città giapponese Hiroshima la bomba atomica “Little Boy”; 3 giorni dopo, esattamente il 9 agosto, un altro ordigno bellico denominato “Fat Man” fu lanciato su Nagasaki.
Questi attacchi nucleari, che causarono un numero di vittime stimato tra le 150 e le 250mila persone, quasi tutti civili, determinarono la resa del Giappone nonché la fine della seconda guerra mondiale.

Simbolo della devastazione e dell’atrocità dei bombardamenti atomici è lo scatto realizzato da Joe O’Donnell che ritrae un bambino di Nagasaki che trasporta sulle sue minute spalle il corpo senza vita del suo fratellino.

Bambino di Nagasaki: la foto simbolo di Joe O'Donnell

Monumento situato nel Parco della Pace di Nagasaki che segna l’ipocentro (Ground Zero) dell’esplosione della bomba atomica.
Foto diritto d’autore: leodaphne© 123RF.com – ID Immagine: 98058239 con licenza d’uso.

Bambino di Nagasaki: la foto simbolo di Joe O’Donnell.

Joe O’Donnell era un giornalista e fotografo americano che lavorò per la United States Information Agency. Classe 1922, una volta finito il liceo si arruolò nel Corpo dei Marines dove seguì un corso di fotografia.
Nel settembre del 1945, all’età di 23 anni, il sergente O’Donnell fu inviato in Giappone per sette mesi, gli fu infatti assegnato il compito di documentare i bombardamenti atomici che devastarono le città di Hiroshima e Nagasaki.

Secondo quanto riportato dal New York Times in un editoriale del 2007, redatto in occasione della scomparsa del fotografo, avvenuta il 9 agosto di quello stesso anno, O’Donnell era solito portare due macchine fotografiche durante la sua trasferta giapponese: con la prima realizzava foto ufficiali per la marina statunitense, con l’altra scattava fotografie “ricordo” da conservare per se.
Una volta ultimato il suo compito e tornato in patria, l’uomo ripose i negativi di quelle foto personali all’interno di un baule, non ebbe il coraggio di guardare nuovamente quelle atrocità, di ricordare la devastazione di cui era stato testimone, quegli scatti, tra cui la foto del bambino di Nagasaki, erano divenuti per lui la prova della malvagità e della crudeltà umana.

Nel 1995, quasi 50 anni dopo averle scattate, Joe O’Donnell decise di pubblicare alcune delle sue fotografie, ne raccolse diverse in un libro pubblicato in Giappone e in un altro, intitolato “Japan 1945: A Us Marine’s Photographs from Ground Zero”, pubblicato nel 2005 negli Stati Uniti.
Lo scopo era quello di mostrare al mondo intero gli effetti devastanti degli attacchi nucleari e mostrare la spaventosa e angosciante sofferenza di un popolo nella speranza che tali disumane azioni non si ripetano.

La storia del bambino di Nagasaki.

Tra le immagini che Joe O’Donnell scelse di diffondere vi era anche la foto del bambino di Nagasaki, uno scricciolo d’uomo il cui stoico sguardo lascia trasparire la devastazione di un intero popolo.
In quello scatto è racchiuso l’orrore della guerra che, dopo aver mietuto vittime indifese, continua a mostrare la propria crudeltà, è riflessa negli occhi vuoti e spenti di chi quell’inferno lo ha vissuto in prima persona, di chi ha osservato la morte agire con tutta la sua inaudita violenza, di chi è sopravvissuto ai propri cari che lui stesso ha dovuto seppellire.

Il bambino di Nagasaki fotografato da Joe O’Donnell avrà avuto all’incirca 10 anni, un minuto cucciolo d’uomo che per una decina di minuti rimase immobile, nel silenzio più assoluto, in attesa del proprio turno alla pira funeraria.
L’espressione seria del suo volto contrastava con quella serena e rilassata del fratellino che trasportava sulle sue spalle, il bambino di Nagasaki vuoleva apparire impassibile nonostante portasse sulla schiena, e ancor più nel suo cuore, l’enorme fardello della morte.

“Vidi questo bambino che camminava, avrà avuto all’incirca 10 anni. Notai che trasportava un bimbo sulle spalle. In quei giorni, era una scena abbastanza comune da vedere in Giappone, spesso incrociavamo bambini che giocavano con i loro fratellini e sorelline portandoli sulle spalle. Ma quel bambino aveva qualcosa di diverso”.

Quel “qualcosa di diverso” che O’Donnell raccontò ad un’emittente giapponese era la totale assenza di vita, il piccolo ometto da lui fotografato stava infatti attendendo che il corpo esamine del fratellino venisse cremato.
Una volta giunto il momento, gli addetti alla pira funeraria presero con delicatezza il piccolo corpicino e lo adagiarono sulle fiamme. Il bambino di Nagasaki osservò la scena impassibile la scena, non una lacrima rigò le sue guance, le ferite che la guerra gli aveva inflitto erano così profonde da aver prosciugato ogni sua emozione.
Restò immobile fino a quando il corpo del fratello non divenne cenere, dopodiché andò via nel più assordante dei silenzi.

Devastato per quanto aveva visto – oltre al bambino di Nagasaki, il fotografo aveva immortalato bambini ustionati, volti mutilati, cadaveri che si confondevano con le macerie, ecc. – Joe O’Donnell mise in discussione le sue idee e ciò in cui credeva e aveva lottato, l’orrore della guerra lo aveva profondamente cambiato.

“Le persone che ho incontrato, la sofferenza a cui ho assistito e le scene di incredibile devastazione riprese dalla mia macchina fotografica mi hanno fatto mettere in discussione ogni convinzione che avevo in precedenza sui miei cosiddetti nemici – si legge nella prefazione del suo libro – Ho lasciato il Giappone con le immagini da incubo incise sui miei negativi e nel mio cuore”.



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