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Il neonato piange perché vuole stare in braccio: l’esogestazione spiega tutto

L'esogestazione è come una seconda gravidanza, la fase in cui il bebè manifesta piangendo il bisogno naturale del contatto diretto con il corpo della mamma.

Maria Corbisiero

di Maria Corbisiero

29 Settembre 2021

I 9 mesi successivi alla nascita del bebè sono importanti tanto quanto la gravidanza stessa. In questo periodo il piccolo si deve abituare alla sua nuova vita extrauterina mentre la mamma ed il papà devono imparare a comprendere il loro bambino attraverso piccoli segnali quali il pianto, il movimento delle gambe, i gemiti e via discorrendo.
Durante questo periodo, il bambino viene spesso tenuto in braccio, sembra infatti questo l’unico modo per poterlo calmare, un’esigenza che in molti chiamano erroneamente “vizio” ignorando completamente quel normalissimo bisogno fisiologico che prende il nome di esogestazione.

 

Esogestazione: perché il neonato piange e vuole stare sempre in braccio.

Esogestazione: perché il neonato piange e vuole stare sempre in braccio.
Foto diritto d’autore: thawornnurak© 123RF.com – ID Immagine: 90340667 con licenza d’uso.

Esogestazione: perché il neonato piange e vuole stare in braccio.

 

Esogestazione: una parola di certo non comune che può dare l’impressione che si stia parlando di un tipo di malattia. Altro non è invece che il bisogno naturale del bambino di avere un diretto contatto con il corpo della sua mamma.

 

A volte dimentichiamo che i neonati sono stati a lungo dentro la nostra pancia, a stretto contatto con noi mamme; rannicchiati per 9 lunghi mesi nel ventre materno, un luogo nel quale si sono sentiti protetti e al sicuro.
Poi d’improvviso sono stati catapultati in una nuova realtà, un nuovo mondo con suoni, rumori, forti luci e tanti altri, a volte troppi, stimoli esterni a loro sconosciuti, una vita extrauterina che può far paura e alla quale si devono abituare pian piano.

Il contatto fisico con la mamma è l’unica cosa che fa sentire il neonato nuovamente al sicuro e protetto. Questo bisogno di contatto altro non è che l’ esogestazione.

Quel comportamento che tutti chiamano “vizio”, quello da cui i parenti “tuttologi” ci mettono in guarda sin dai primi giorni dopo il parto esclamando:

 

“Non tenerlo sempre in braccio, mettilo giù nel suo lettino prima che prenda il vizio delle braccia!”

 

è in realtà un vero e proprio bisogno fisiologico.

 

Studi scientifici hanno dimostrato che la separazione materna precoce può essere un vero e proprio fattore di stress per il neonato e che bisogna quindi assecondare il suo bisogno di contatto con la mamma in quanto favorisce una crescita serena ed un precoce sviluppo.

 

Il neonato piange perché vuole stare in braccio: l’esogestazione spiega tutto

Esogestazione e babywearing: portare i neonati in fascia soddisfa il loro bisogno di contatto.
Foto diritto d’autore: halfpoint© 123RF.com – ID Immagine: 63154239 con licenza d’uso.

Esogestazione: cos’è e quanto dura.

 

“La gestazione di una donna ha una durata complessiva di 18 mesi”.

 

Tale affermazione può sembrarvi assurda ma chiarisce perfettamente cos’è l’endogestazione e l’ esogestazione, due periodi inscindibili, entrambi caratterizzati dalla ricerca costante del contatto fisico tra madre e figlio:

 

  • Endogestazione (dal greco éndon che significa “dentro”) è quella che noi comunemente chiamiamo gravidanza, ossia il periodo che va dal concepimento alla nascita, 9 mesi durante i quali il bambino cresce nel ventre materno;
  • Esogestazione (dal greco éxo che significa “fuori”) si intende la gestazione fuori dall’utero, ossia un periodo di 9 mesi che va dalla nascita al gattonamento durante il quale il bambino manifesta lo stesso naturale bisogno del contatto materno ricevuto quando era ancora nella pancia della sua mamma.

 

L’ esogestazione è una fase fondamentale della vita del bambino, durante questo periodo infatti il piccolo inizia a sviluppare le sue prime capacità, sia per quanto concerne il linguaggio che la motricità, inizia a rapportarsi con il mondo esterno e con gli altri, fino a diventare consapevole di se stesso come entità singola e non dipendente dalla sua mamma.
Non a caso si afferma che la fine dell’ esogestazione coincida con il momento in cui il bambino inizia a gattonare o camminare, ossia acquista quella iniziale autonomia che lo porterà pian piano a “lasciare” la mano della mamma o del papà per poter iniziare a “scoprire” il mondo da solo (ma sempre sotto l’occhio vigile dei suoi genitori).

 

Prima che ciò accada però, è indispensabile assecondare il suo bisogno di contatto, mamma e papà devono infatti soddisfare questa sua necessità affinché il piccolo acquisti una maggiore fiducia e comprenda che non verrà lasciato mai solo.
Durante l’ esogestazione, periodo da far vivere al bambino come una seconda gravidanza, non è possibile imporre regole, tanto meno educare il neonato a seguire precise indicazioni che gli impediscano di “prendere il vizio”. I bambini, soprattutto quelli ad alto contatto, necessitano di stare accanto alla loro mamma, anche se ciò si traduce in “stare sempre in braccio”.

 

Cara mamma, nel periodo di esogestazione è necessario munirsi di tanto amore e tantissima pazienza per accudire il tuo piccolo che deve ancora adattarsi al mondo. Lui o lei necessita di essere cullato, di essere stretto al tuo petto e di sentire il battito del tuo cuore, ricreare in un certo qual modo l’ambiente uterino nel quale ha vissuto per 9 mesi.

 

Per favorire questo contatto, e nel contempo godere di libertà di movimento, viene consigliato il babywearing, ossia utilizzare una fascia prima e un marsupio poi per tenere sempre il bambino stretto a se e soddisfare il suo bisogno naturale di contatto.

Portare i bambini in fascia: Mai Tai facile da indossare
 


 

Articolo aggiornato, originariamente pubblicato il 22 gennaio 2015.



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